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| Cesare Zavattini |
Quello che molti non sanno è che i progetti non realizzati di Zavattini sono più di quelli che hanno avuto successo: nella sua effervescente attività di "produttore di idee" ha lasciato una ricca eredità di progetti appena abbozzati, comunicati verbalmente nelle conversazioni o nelle interviste, elaborati solo in parte e poi rimasti incompiuti (Paolo Albani e Paolo della Bella. Mirabiblia. Catalogo ragionato dei libri introvabili, Zanichelli, Bologna, 2003, pp. 436-438).
Ho sottoposto uno di questi progetti a ChatGPT-5 e a Claude Opus 4.5 con l'intento di sollecitare un confronto "creativo" tra le due IA. Nella rete è opinione diffusa che, tra le IA generaliste, Claude superi ChatGPT nella scrittura creativa e nella narrazione.
Nella prima parte ho sollecitato la IA a completare il soggetto appena abbozzato da Zavattini.
Nella seconda parte ho chiesto di sviluppare tre "varianti" di racconto.
La risposta di ChatGPT è stata stringata, essenziale. Tre brevi "progetti" nello stile del soggetto iniziale.
La risposta di Claude invece ha assunto una struttura completa, ben ambientata a Roma (sebbene non fosse richiesto) e negli anni del dopoguerra in cui viveva Zavattini. Insomma, ha interpretato a suo modo il racconto neorealista.
A mio parere, questo piccolo esperimento promuove nettamente la performance di Claude rispetto a quella di ChatGPT. La citazione di "Miracolo a Milano" nel terzo racconto è una perla. Invece la citazione della morte di Pio XII è errata: l'anno giusto è il 1958.
In ogni caso, va detto che i modelli LLM non devono mai essere lasciati a briglia sciolta. In questo caso il mio intervento - volutamente - non va al di là del prompt iniziale. In generale, però, i risultati migliori si ottengono solo con un attenta e intensa collaborazione con l'essere umano.
Iniziamo. Il prompt è sempre lo stesso. Sotto la risposta di ChatGPT e di Claude.
Io: Cesare Zavattini, tra i molti progetti non realizzati, aveva accennato alla storia di un uomo che esce di casa con l'intenzione di ammazzare un altro.
Scrivi una sinossi che prende il via da questo soggetto: Un uomo esce di casa per andare ad ammazzare un altro. Durante il tragitto le pensa tutte, come ammazzarlo, studia moralmente e tecnicamente tutte le mosse, si tocca la rivoltella in tasca, si ferma, si pente, torna indietro. Si ricrede, è disposto a tutto. Forse c'entra una donna. Guarda gli altri e la loro indifferenza; stanno camminando accanto a un uomo che potrebbe già aver ucciso, pensa. Finalmente arriva sotto la casa dell'altro e si trova davanti a un funerale. Lo riconoscono, lo salutano; si incammina con gli altri dietro il feretro dell'uomo che avrebbe voluto uccidere e che beffardamente è morto prima, lo ha preceduto.
ChatGPT ha detto:
***
Claude ha detto:
L'ULTIMO APPUNTAMENTO
Sinossi
Roma, anni '50. All'alba di un giorno qualunque, Mario Santini esce di casa con una rivoltella in tasca e un solo pensiero fisso: uccidere l'ingegner Bossi.
Il tragitto dall'estrema periferia al centro della città diventa un'odissea morale. Mario cammina tra i tram che sferragliano, i mercati che si animano, gli operai che vanno in fabbrica. Tocca continuamente la rivoltella nella tasca del cappotto, ripassa mentalmente il gesto: entrare nel portone, salire le scale, suonare il campanello, sparare. Poi si ferma davanti a una chiesa, pentito. No, non può farlo. Ha una figlia piccola, e poi... poi forse Bossi non merita la morte. Merita solo di soffrire, di capire.
Ma il pensiero di Elena - sua moglie, che Bossi gli ha portato via con promesse, con la sua posizione, con i suoi soldi - lo rimette in marcia. Questa volta è deciso. Passa accanto a un gruppo di donne che ridono, a un bambino che gioca, a un prete che legge il breviario. Nessuno sa, pensa. Camminano accanto a un assassino e non lo sanno. Forse l'ho già fatto. Forse l'ho già ucciso e non se ne sono accorti.
Ogni volto che incrocia diventa uno specchio: vede l'indifferenza della città, l'innocenza di chi non porta pesi. Studia i passanti come se fossero giudici o complici. Un vecchio che lo guarda gli sembra sapere tutto; una ragazza al bar gli sorride ed è come un'assoluzione non richiesta.
Arrivato sotto il palazzo di Bossi, in via Nazionale, Mario trova un capannello di persone in nero. Un funerale sta per partire. Qualcuno lo riconosce - il vecchio portiere, un collega di Bossi - e lo saluta con un cenno grave del capo. "È venuto anche lei, Santini. Il dottore l'avrebbe apprezzato."
Mario capisce prima ancora di chiedere. Bossi è morto. Infarto, quella notte stessa. Il feretro scende le scale che Mario aveva immaginato di salire con la mano sulla rivoltella.
Si ritrova nel corteo funebre, tra estranei che lo trattano come un amico del defunto. Cammina dietro alla bara dell'uomo che voleva uccidere, che lo ha preceduto nell'unico appuntamento che conta. La rivoltella gli pesa in tasca come una pietra inutile, come la prova di un'intenzione che il destino ha reso ridicola.
Durante il tragitto verso il cimitero, Mario osserva gli altri dolenti: forse anche tra loro c'è qualcuno che lo odiava, che desiderava la sua morte. Forse tutti portiamo in tasca una rivoltella invisibile, un proposito mai compiuto.
Al cimitero, mentre gettano la terra sulla bara, Mario sente nascere in sé non il sollievo, ma una vertigine amara. Bossi è morto senza sapere, senza pagare, senza nemmeno accorgersi dell'odio che gli camminava incontro. E Elena? Elena lo guarda da lontano, vestita di nero, e per la prima volta Mario si chiede se valesse la pena - la morte di un uomo, la sua o quella di Bossi - per una donna che forse non amava nessuno dei due.
Mentre il corteo si dissolve, Mario resta solo davanti alla tomba fresca. Tira fuori la rivoltella, la soppesa, poi la lascia cadere tra i fiori. Se ne va lentamente, mescolandosi alla folla indifferente della città, un uomo che esce dal cimitero come fosse uscito di casa quella mattina: con un'intenzione che non avrà mai compimento, con un peso in meno e una solitudine in più.
Un film sull'attesa e sul nulla, dove il crimine mancato diventa metafora dell'impotenza umana di fronte al caso. Una riflessione zavattiniana sulla vita quotidiana che contiene tragedie mai consumate, su quanto siamo tutti assassini potenziali salvati solo dall'indifferenza del tempo.
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Passiamo alla seconda parte: lo sviluppo dei racconti in tre varianti. Per lasciare più spazio alla interpretazione della IA ho chiesto di sviluppare tre "progetti" di racconto.
Io: Ora trasforma questa sinossi in un tre progetti di racconto: uno in cui il movente dell'assassino è il tradimento di una donna, uno in cui ciò che lo spinge è un'umiliazione, uno in cui l'uomo è mosso da un desiderio di vendetta per un torto subito.
ChatGPTha detto:
Progetto I — La donna che non c’era più
Movente: il tradimento
L’uomo esce di casa con la rivoltella in tasca dopo aver scoperto il tradimento della donna che amava. Non è un tradimento improvviso: è un lento accumulo di sospetti, mezze frasi, assenze. L’altro uomo non è solo un rivale, ma l’incarnazione di una verità che l’uomo non ha saputo accettare: essere stato sostituibile.
Durante il tragitto, l’omicidio prende la forma di una rivalsa sentimentale. L’uomo immagina il volto dell’altro come lo avrà visto lei, rievoca gesti intimi che non gli appartengono più. La città è piena di coppie, di sguardi incrociati, di complicità ostentate che lo feriscono. Ogni passante diventa un testimone inconsapevole del suo disonore.
Più volte si ferma, pensando che uccidere non restituirà nulla, ma subito dopo si convince che è l’unico modo per interrompere la scena che continua a ripetersi nella sua mente. Quando arriva sotto casa dell’altro, il funerale spezza ogni possibilità di catarsi: l’uomo che avrebbe dovuto pagare è già morto.
Nel corteo funebre, l’assassino mancato comprende che il vero tradimento non è stato quello della donna, ma quello del tempo: nulla si può più correggere. La donna non c’è, il rivale non c’è, e l’odio non ha più un bersaglio. Resta solo una gelosia che non ha saputo trasformarsi in addio.
Progetto II — La vergogna pubblica
Movente: l’umiliazione
L’uomo esce di casa dopo un’umiliazione subita davanti agli altri: una risata, una parola detta di troppo, una verità rivelata in pubblico dall’uomo che ora vuole uccidere. Non è un torto privato, ma una ferita sociale, visibile, indelebile. Da quel momento, ogni sguardo gli sembra accusatorio.
Durante il cammino, l’uomo ripercorre la scena dell’umiliazione come un processo infinito. Immagina di uccidere l’altro non per rabbia, ma per ristabilire una gerarchia, per cancellare l’asimmetria tra chi ha riso e chi è stato deriso. L’arma in tasca diventa l’unico strumento capace di restituirgli una forma di dignità.
Osserva i passanti con rancore: nessuno sa, nessuno ricorda, eppure lui è certo che tutti vedano ancora addosso a lui il marchio della vergogna. Si pente, torna indietro, poi pensa che vivere senza reagire è già una condanna peggiore della galera.
Quando arriva sotto casa dell’altro, il funerale introduce una nuova umiliazione: l’uomo che lo aveva schiacciato socialmente viene ora celebrato, compianto, assolto. L’assassino mancato viene salutato, incluso nel rito, costretto a partecipare a un’ipocrisia collettiva.
Camminando dietro il feretro, capisce che l’umiliazione non è mai appartenuta davvero all’altro, ma al mondo che dimentica in fretta. La sua vendetta era inutile perché la società sa sempre come riassorbire ogni colpa, tranne quella di chi resta solo con la propria vergogna.
Progetto III — Il debito
Movente: la vendetta
L’uomo esce di casa per vendicare un torto subito tempo prima: un’ingiustizia concreta, forse un licenziamento, una denuncia falsa, una rovina economica. L’altro uomo ha continuato a vivere serenamente, mentre lui ha perso tutto. L’omicidio è pensato come un riequilibrio morale, non come un impulso.
Durante il tragitto, l’uomo costruisce mentalmente un processo: rievoca i fatti, si assegna il ruolo di giudice ed esecutore. Ogni dettaglio dell’omicidio è pensato come un atto di giustizia privata. La rivoltella non è un’arma, ma una sentenza.
Eppure, osservando la città, l’uomo inizia a dubitare. Vede persone che portano addosso torti invisibili, ferite mai risarcite. Pensa che tutti potrebbero avere una pistola in tasca, se la giustizia dovesse davvero passare per le mani degli offesi.
Arrivato sotto casa dell’altro, trova il funerale. La morte ha anticipato la sua vendetta, annullando il debito senza pagarlo. Nessuna ammissione di colpa, nessuna resa dei conti. Solo un evento naturale che chiude tutto senza spiegazioni.
Seguendo il feretro, l’uomo comprende che la vendetta non è mai stata una soluzione, ma una speranza di dialogo tardivo. Ora non resta che convivere con un torto che nessuno riparerà più. La giustizia, come l’omicidio, è rimasta solo un’idea.
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Claude ha detto:
TRE RACCONTI DA "L'ULTIMO APPUNTAMENTO"
1. LA DONNA DI MEZZO
Il tradimento
Mario Santini esce di casa alle sei del mattino, quando Elena dorme ancora. O forse fa finta di dormire, come fa da mesi. Nella tasca del cappotto, la rivoltella pesa come un giudizio.
Ha scoperto tutto tre settimane fa: le lettere nascoste nel cassetto della biancheria, l'odore diverso sui vestiti di lei, le menzogne sempre più sciatte. "Vado da mia sorella." "C'è riunione delle madri a scuola." "Il dottore mi ha tenuta in ambulatorio." L'ingegner Bossi. Sempre lui, dietro ogni bugia. L'uomo che gli stringeva la mano alle feste di quartiere, che gli offriva sigarette al bar, che una domenica aveva persino tenuto in braccio la piccola Lucia.
Il tram numero 13 è quasi vuoto. Mario siede accanto a una suora che sgrana il rosario. Ave Maria, piena di grazia. Lui tocca la rivoltella. Il Signore è con te. Ripassa il piano: entrare nel palazzo, terzo piano, suonare, sparare. Tu sei benedetta fra le donne. Elena si prenderà la colpa, penserà tutti. La moglie tradita che impazzisce. Invece no: sarà lui, il marito cornuto che recupera la dignità. E benedetto è il frutto del tuo seno. O forse non la dignità. Forse solo il silenzio.
Si ferma davanti a San Giovanni in Laterano. Entra. Non prega da anni, ma oggi le ginocchia si piegano da sole. Guarda il Cristo in croce e pensa: anche lui è stato tradito. Da Giuda, per trenta denari. Lui, Mario, è stato tradito per che cosa? Per un appartamento più grande? Per una macchina? Per le promesse di un ingegnere che sa parlare bene?
Esce dalla chiesa più confuso di prima. No, non può uccidere. Elena tornerà, capirà, la bambina ha bisogno del padre. Ma dopo dieci passi il veleno ritorna: l'immagine di lei sotto Bossi, le sue mani che toccano quello che era suo, la bocca che dice parole che erano sue. Rimette la mano in tasca, stringe il calcio della pistola.
In piazza Venezia un venditore di fiori gli offre rose. "Per la signora?" Mario scuote la testa. Le rose sono per i vivi, per chi ancora crede nell'amore. Lui porta ferro, non fiori.
Cammina per via Nazionale guardando i passanti. Una coppia di fidanzati che ride. Un vecchio con il giornale. Una donna incinta che si tiene la pancia. Nessuno sa. Lui potrebbe già averlo fatto. Potrebbe aver sparato un'ora fa e camminare qui come un uomo qualunque. La città non si ferma per un morto in più. Roma ha visto imperatori e papi cadere; che cos'è un ingegnere?
Sotto il palazzo di Bossi trova il funerale. Il portiere lo riconosce: "Santini, è venuto anche lei. Povero ingegnere, così giovane. Infarto, stanotte. La signora Elena è là, distrutta."
Mario la vede attraverso la folla: vestita di nero, gli occhi rossi, bellissima nel dolore. Lei lo nota, abbassa lo sguardo. Colpa? Vergogna? O solo la paura di essere scoperta? Bossi è morto prima che lei potesse scegliere.
Durante il corteo, Mario cammina tre passi dietro Elena. Guarda la nuca di lei, i capelli raccolti, le spalle che tremano. Forse piange davvero. Forse amava Bossi più di quanto avesse mai amato lui. O forse piange per sé stessa, per essere rimasta sola tra due morti: uno nella bara, uno che cammina dietro con una rivoltella in tasca.
Al cimitero, mentre calano la cassa, Elena si volta. I loro occhi si incrociano. Lei sa che lui sa. E lui sa che lei sa che lui sa. Un triangolo di sguardi dove manca un vertice.
Dopo, nel silenzio che segue le condoglianze, Elena gli si avvicina. "Andiamo a casa," dice. Solo questo. Come se casa fosse ancora una parola possibile.
Mario guarda la tomba di Bossi, poi Elena, poi la rivoltella che brucia in tasca. Non sa più cosa uccidere: l'uomo è già morto, la donna è sua moglie, il matrimonio era morto prima. Cosa rimane da ammazzare?
"Andiamo," risponde. E mentre camminano verso il tram, distanti ma insieme, Mario capisce che il tradimento non si cancella con una pallottola. Si porta addosso, come una seconda pelle. Elena vivrà sapendo che lui voleva uccidere. Lui vivrà sapendo che lei lo tradiva. E la piccola Lucia crescerà in una casa piena di morti che respirano.
Quella sera, Mario smonta la rivoltella e butta i pezzi nel Tevere, uno per uno, da ponti diversi. Ma il peso in tasca rimane.
2. L'UMILIAZIONE
La riunione
Venerdì 17 marzo 1953. Mario Santini ricorda la data perché è il giorno in cui ha smesso di essere un uomo.
La riunione del consiglio di amministrazione. Venti persone intorno al tavolo di mogano. Lui presenta il suo progetto: tre anni di lavoro, calcoli, disegni, notti insonni. Il nuovo ponte sul Tevere. La sua opera. Il modo per dimostrare che un ragazzo di Trastevere, figlio di un ciabattino, può arrivare in alto.
L'ingegner Bossi ascolta in silenzio, poi sorride. Quel sorriso. "Interessante, Santini. Molto... scolastico. Ma vede, qui lavoriamo su cose serie. Le lascio questo incarico a lei: può rifare i calcoli del progetto Marconi? C'è un errore nelle fondamenta. Serve qualcuno pratico con i numeri."
Risate. Non scroscianti, ma quelle peggiori: le risatine soffocate, i colpetti di tosse che nascondono il divertimento, gli sguardi di pietà dei colleghi.
Mario ha balbettato qualcosa. Bossi ha già cambiato argomento. Il suo progetto è rimasto lì, sul tavolo, ignorato come un tovagliolo usato.
All'uscita, Ferri gli ha stretto una spalla. "Non te la prendere. Bossi è fatto così. Ha umiliato tutti, prima o poi." Ma Mario non vuole la solidarietà. Vuole dignità.
Per tre giorni non è andato al lavoro. Malattia. La moglie lo guardava preoccupata. "Che hai?" Niente. Come spiegare? Come dire: tuo marito è un uomo piccolo, uno che conta meno di niente, uno che può essere schiacciato davanti a venti persone e nessuno batte ciglio?
Lunedì sera ha comprato la rivoltella. Da un rigattiere vicino Porta Portese. L'uomo non ha fatto domande. A Roma, nella città eterna, le rivoltelle cambiano mano come rosari.
Ora è mercoledì mattina. Mario esce di casa alle cinque e mezzo. Non ha dormito. Ha solo fissato il soffitto, ripetendosi la scena: entrare nell'ufficio di Bossi, chiudere la porta, estrarre la pistola. "Si ricorda di me, ingegnere? Quello scolastico? Ecco la sua lezione finale."
Per strada è deserta. Roma non è ancora sveglia. Soltanto i fornai, i lattai, i preti. Gente che lavora mentre gli altri dormono. Come lui, che ha lavorato tre anni mentre Bossi dormiva sui successi altrui.
Passa davanti alla Bocca della Verità. Una turista americana ci infila la mano, ride. La leggenda dice che la bocca morde i bugiardi. Bossi ci metterebbe la mano? O Mario stesso? Perché anche lui ha mentito: ha finto che non gli importasse, ha sorriso, ha detto "grazie per il consiglio, ingegnere" quando avrebbe voluto urlare.
Al bar di piazza Navona ordina un caffè. Il barista chiacchiera: "Pare che muore il Papa, povero Pio. Tempi brutti." Mario annuisce. Tempi brutti. Un Papa muore e Roma piange. Un uomo viene umiliato e Roma non batte ciglio. Quali sono i tempi brutti?
Cammina verso l'ufficio di Bossi, in via del Corso. Guarda i negozi che aprono, le donne che lavano i gradini, i fattorini che corrono. Ognuno al suo posto, nella gerarchia invisibile della città. C'è chi comanda e chi obbedisce. Chi umilia e chi incassa. Lui ha sempre incassato. Oggi restituisce.
Poi si ferma. Davanti a una scuola elementare. I bambini entrano, alcuni piangono, altri ridono. Una maestra li accoglie. Mario pensa a suo figlio, Tommaso, sette anni. Ieri sera gli ha chiesto: "Papà, ma tu cosa fai di lavoro?" "Faccio il tecnico, costruisco ponti." "Bello! Sei importante!" Importante. Suo figlio crede che lui sia importante.
La rivoltella pesa. Mario si siede su una panchina. Guarda i bambini giocare nel cortile della scuola. Se spara, Tommaso avrà un padre in galera. O giustiziato. Diventerà "il figlio dell'assassino". Un'altra umiliazione, peggiore.
Ma se non spara? Rimarrà "quello scolastico" per sempre. Tornerà in ufficio, chinerà la testa, farà i calcoli altrui. L'umiliazione non passa. Si accumula, come ruggine.
Si alza. Riprende a camminare. Arriva sotto il palazzo di Bossi. Ma c'è movimento strano. Auto nere, gente in gruppo, facce scure.
"È morto," gli dice il portiere. "Stanotte. Aneurisma. Quarantadue anni, e addio. Lascia moglie e tre figli."
Mario sale lo stesso. Sale le scale che aveva immaginato, al terzo piano. La porta dell'appartamento è aperta. Dentro, la vedova riceve condoglianze. Lei lo riconosce: "Santini! È venuto. Mio marito la stimava tanto."
La stimava. Mario vorrebbe ridere. O piangere. O sparare al cadavere, solo per completare il gesto.
Durante il funerale, cammina tra i colleghi. Tutti parlano bene di Bossi. "Un grand'uomo." "Un genio." "Ha cresciuto tanti giovani ingegneri." Santini ascolta e capisce: l'umiliazione sopravvive all'umiliatore. Bossi morto è ancora più grande. Lui, vivo, è ancora più piccolo.
Al cimitero, mentre seppelliscono Bossi, il direttore della società si avvicina. "Santini, ora che manca l'ingegnere, qualcuno deve prendere i suoi progetti. Lei ha esperienza. Vuole occuparsene?"
Vuole occuparsene. Vuole raccogliere le briciole del morto. Vuole diventare Bossi, forse. O peggio: vuole dimostrare che vale qualcosa, anche a un cadavere.
"Sì," risponde. "Me ne occupo io."
Quella sera, a casa, Mario smonta la rivoltella sul tavolo della cucina. Tommaso entra. "Che cos'è, papà?" "Niente. Una cosa vecchia. La butto via."
Ma la sera dopo, la rimonta. E la sera dopo ancora. Non la porta con sé, ma la tiene nel cassetto, oliata, pronta. Perché l'umiliazione non muore con chi la infligge. Continua, si trasforma, attende. E forse un giorno servirà di nuovo, per qualcun altro che sorriderà nel modo sbagliato.
Mario diventa bravo nel suo lavoro. Molto bravo. Più bravo di Bossi. Ma ogni successo sa di rivincita su un fantasma. E le rivincite sui fantasmi non danno pace.
3. LA VENDETTA
Il fratello
- Rastrellamento al Quadraro. I tedeschi cercano partigiani. Prendono duecento uomini a caso. Tra questi, Stefano Santini, diciannove anni, operaio, che non ha mai sparato un colpo in vita sua. Lo caricano su un camion. Destinazione: Germania. Campo di lavoro.
- Fine della guerra. Stefano non torna. Disperso.
- Arriva una lettera, da un compagno sopravvissuto. "Tuo fratello è morto nel campo. Fame. Ma qualcuno poteva salvarlo. L'ingegner Bossi, della nostra zona, lavorava per l'amministrazione alleata. Aveva liste, contatti, poteva far liberare italiani. Tanti glielo chiedevamo. Lui sceglieva: salvava amici, parenti, gente che poteva pagare. Stefano non aveva niente da offrire. Bossi lo sapeva. Non ha mosso un dito."
Mario Santini, fratello maggiore di Stefano, legge la lettera cento volte. Poi la brucia. Ma le parole restano impresse.
Per otto anni, Mario ha vissuto vicino a Bossi. Lo ha visto prosperare: villa nuova, macchina americana, moglie elegante, figli alle scuole private. Lo ha visto ricevere onorificenze per la "ricostruzione nazionale". Lo ha visto ridere.
Otto anni di veleno che cresce.
Ora è il 1955. Mario ha quarant'anni. Lavora come custode in una scuola. Vive solo, in due stanze a Testaccio. Non si è mai sposato. "Devo occuparmi di mamma," dice agli altri. Ma la mamma è morta nel '52. La verità è che non riesce a costruire niente: ogni gioia è un tradimento verso Stefano, ogni risata un insulto alla sua memoria.
La rivoltella la tiene da anni. L'ha comprata nel '48, subito dopo aver ricevuto la lettera. L'ha pulita mille volte, caricata e scaricata, puntata contro lo specchio. "Per Stefano," si ripete. "Per giustizia."
Ma otto anni sono lunghi. La rabbia si è fatta abitudine. L'odio si è fatto compagnia. Uccidere Bossi è diventato il senso della sua vita, ma farlo significherebbe perderlo.
Fino a ieri. Ieri Bossi ha inaugurato un asilo. Mario ha letto sul giornale: "L'ingegner Bossi dona un'ala nuova all'asilo Santa Maria. 'È mio dovere verso i bambini di Roma,' dichiara il benefattore."
Benefattore. La parola ha fatto traboccare il veleno. Basta aspettare.
Ore 5:15. Mario esce di casa. La rivoltella in tasca, una foto di Stefano nel portafoglio. Oggi si chiude il cerchio.
Cammina per Testaccio addormentato. Passa davanti al mattatoio. L'odore del sangue nell'aria. Pensa: siamo tutti bestie portate al macello, alcuni prima, altri dopo. Stefano prima. Bossi oggi.
Al Circo Massimo si ferma. Guarda le rovine. Duemila anni fa qui si uccideva per spettacolo. Gladiatori, cristiani, bestie. La folla applaudiva. Oggi si uccide in silenzio, nelle stanze, nei campi, nelle omissioni. Bossi ha ucciso Stefano lasciandolo morire. È la stessa cosa.
Sale verso l'Aventino. Case ricche, giardini, silenzio. Qui vive Bossi, nel quartiere dei vincitori. Mario è salito molte volte, negli anni. Ha studiato gli orari, i movimenti, le abitudini. Sa che Bossi esce alle sette per andare in ufficio. Lo prenderà sulla porta, davanti a tutti. Vuole che vedano. Vuole che sappiano.
Ma mentre aspetta, nascosto dietro un albero, cominciano i dubbi. Non quelli morali: quelli tecnici. Dopo? La fuga? Il processo? Dirà la verità: "Ho ucciso perché lui ha lasciato morire mio fratello." Gli crederanno? O penseranno che è pazzo? E se lo dichiarano pazzo, se finisce in manicomio invece che in galera? Stefano verrebbe vendicato da un pazzo?
Poi pensa: forse la vendetta non è sparare. Forse la vendetta è che Bossi sappia. Che guardi negli occhi il fratello di Stefano e capisca. Che viva con quel peso. Che ogni bambino salvato con le sue "donazioni" gli ricordi quello lasciato morire.
Ma no. Bossi non si ricorda nemmeno. Gente come Bossi non si ricorda. Hanno lasciato morire centinaia di persone. Stefano è un numero, una pratica non firmata, un favore non fatto.
Ore 6:45. Le finestre dell'appartamento di Bossi si illuminano. Mario stringe la rivoltella. Ripete a voce bassa: "Per Stefano. Per giustizia. Per chiudere."
Alle 6:50 la porta si apre. Ma non esce Bossi. Esce il portiere, agitato, e parla con alcuni condomini. Mario si avvicina.
"È morto," dice qualcuno. "Stamattina presto. La moglie l'ha trovato nel letto. Il cuore."
Mario resta immobile. Aspetta una reazione dentro di sé: sollievo, rabbia, disperazione. Niente arriva. Solo vuoto.
"Conosceva l'ingegnere?" gli chiede una signora.
"Conoscevo suo fratello," risponde Mario.
Durante il funerale, Mario cammina in fondo al corteo. Guarda la bara di Bossi. Dentro c'è un uomo che non sa di essere morto due volte: oggi per il cuore, otto anni fa quando Mario ha deciso di ucciderlo.
Al cimitero, mentre calano la cassa, Mario si avvicina alla fossa. Guarda giù. Vorrebbe sputare, ma non lo fa. Vorrebbe parlare, ma non c'è nessuno ad ascoltare. Stefano è morto dodici anni fa. Bossi è morto oggi. E lui, Mario, è morto otto anni fa quando ha comprato la rivoltella.
Si allontana prima della fine. Torna a Testaccio camminando. Sono le undici del mattino, una giornata normale. Roma vive, indifferente. Tram, clacson, urla, risate. Nessuno sa che oggi doveva esserci una vendetta e non c'è stata.
A casa, Mario siede al tavolo. Davanti a sé mette la foto di Stefano e la rivoltella. Guarda prima una, poi l'altra.
"Perdonami," dice alla foto. Ma non sa se chiede perdono per non averlo vendicato o per aver vissuto otto anni solo per questo.
Prende la rivoltella e esce di nuovo. Va al Tevere. È mezzogiorno, il fiume scorre pigro e giallo. Mario pesa la pistola in mano. Potrebbe ancora usarla. Su di sé. Così Stefano avrebbe almeno un fratello nell'aldilà, e Mario non dovrebbe più portare il peso di essere vivo quando Stefano è morto.
Ma poi pensa: Stefano vorrebbe questo? Stefano, che rideva sempre, che cantava per strada, che sognava di aprire un'officina? Vorrebbe che suo fratello si uccida per un morto che non merita nemmeno la vendetta?
Mario butta la rivoltella nel fiume. Guarda i cerchi nell'acqua allargarsi e sparire.
Quella sera, per la prima volta in otto anni, Mario entra in un cinema. Danno "Miracolo a Milano". Lui siede in fondo. Sullo schermo, i poveri volano su scope. Ridono. Sognano. Non si vendicano. Semplicemente vivono.
Quando esce, Roma è buia. Mario cammina lentamente verso casa. Non sa ancora come si fa a vivere senza uno scopo, senza un morto da uccidere, senza un fratello da vendicare. Ma forse può imparare.
O forse no. Forse per tutta la vita porterà in tasca il peso di una rivoltella che non c'è più, di una vendetta che non ha compiuto, di un fratello che è morto due volte: una in Germania, una oggi quando Mario ha lasciato affondare la pistola nel Tevere.
La giustizia non esiste, pensa. Esiste solo il Tevere che porta via le cose. E la città che continua, indifferente, eterna.


