In collaborazione con Claude e Chat GPT vi presento:
IL CORPUS DI PATHOS: UNA TEOGONIA SOMMERSA
Esegesi comparata sui "Ciottoli Neri", sugli Eterni e sulla loro fenomenologia contemporanea
a cura di un gruppo di studio in storia delle religioni e mitografia comparata
Fonti: Il Terzo Libro della Realtà (1997); Cosa voleva Lord Falkenstein (1998); Lord Falk II: The Rage of Volacc (1998); Also Sprach Psyche (1998); I Tarocchi di Agrippa (1999); Video Testamento postumo di Aureliano Buendia (2000); Il Graal e i Templari (2001); Lettere salvate dalla distruzione (2002).
Premessa metodologica
Chiunque si accosti per la prima volta al cosiddetto Corpus Pathicum — l'insieme eterogeneo di frammenti, epistolari, glosse e testimonianze che va sotto il nome convenzionale di dossier PATHOS — è tentato da due errori simmetrici e ugualmente fuorvianti. Il primo è liquidare l'intero materiale come un semplice gioco epistolare di fine anni Novanta, un live action letterario privo di qualunque spessore storico-religioso. Il secondo, all'opposto, è prendere alla lettera l'apparato di autenticazione che il corpus stesso si costruisce attorno (il "Dott. Esar", il "Fondo Malnipote", i "ciottoli neri di Çatalhöyük") come se si trattasse di prove filologiche indipendenti.
Fra le tradizioni religiose emerse dagli archivi privati e dalle raccolte esoteriche europee nel corso del XX secolo, nessuna presenta problemi documentari paragonabili a quelli posti dal cosiddetto Corpus Pathicum. Non si tratta soltanto dell’incerta autenticità dei reperti sui quali si fonda la tradizione, né della contraddittoria identità dei suoi interpreti moderni. La difficoltà principale consiste nella natura stessa del fenomeno: il Pathos non appare mai esclusivamente come una religione, una cosmologia, una società iniziatica o una dottrina filosofica. Esso si presenta contemporaneamente come tutte queste cose e, in alcuni documenti, come qualcosa di ancora più radicale: una struttura capace di produrre religioni, cosmologie e racconti storici.
La posizione che qui adottiamo, seguendo l'impostazione metodologica già proposta da Ilse Kranzberg nel suo Mythopoiesis in rete: teogonie postmoderne e trasmissione orale digitale (Vienna, Institut für Religionswissenschaft, 2004), è la terza via: trattare il corpus come un autentico documento di fede vissuta, indipendentemente dalla sua origine ultima. Una mitologia che genera pratica rituale, corrispondenza epistolare accorata, testimonianze di crisi psicologica e persino un presunto suicidio rituale (cfr. infra, §8) è, sociologicamente e fenomenologicamente, una religione — nel senso pieno che Mircea Eliade attribuiva al termine, indipendentemente dalla sua "verità" ontologica. È in questa chiave, quella della storia delle religioni e non della critica letteraria, che procede la presente esegesi.
Il materiale disponibile comprende testi cosmogonici attribuiti a epoche preistoriche, commentari rinascimentali, corrispondenze medievali, comunicazioni telematiche risalenti alla fine del Novecento, testimonianze personali, scritti iniziatici e resoconti di conflitti fra organizzazioni occulte. Alcune fonti sostengono l’esistenza di esseri chiamati Eterni, altre li interpretano come archetipi o forme della coscienza; altre ancora li descrivono come entità psichiche capaci di legarsi a individui umani e di nutrirsi delle loro emozioni.
Ne deriva una prima cautela metodologica. Chiedere che cosa sia realmente il Pathos equivale forse a porre una domanda alla quale la tradizione stessa intende sottrarsi. Come osservava lo storico delle religioni boemo Jiří Valtan nel controverso volume Die Religion des erzählten Weltalls:
«Il Pathos non è un oggetto contenuto nei suoi documenti. È la relazione che i documenti instaurano fra loro, il movimento attraverso cui ciascun testo modifica il significato di tutti gli altri».
Questa affermazione, pubblicata nel 1973 e a lungo considerata una formulazione eccessivamente letteraria, sembra oggi descrivere con precisione il carattere del corpus. Ogni fonte si presenta infatti come correzione, rivelazione o smascheramento di una fonte precedente. La verità pathica non viene consegnata una volta per tutte: procede attraverso occultamenti, errori, menzogne necessarie e successive rivelazioni.
La religione degli Eterni non possiede pertanto una rivelazione definitiva. Possiede una storia della rivelazione, e questa storia coincide con il progressivo risveglio di coloro che vi partecipano.
Introduzione
1. Il problema del Corpus Pathicum
Con l’espressione Corpus Pathicum si indica convenzionalmente un insieme eterogeneo di documenti la cui composizione si estende, almeno secondo le attribuzioni tradizionali, dalla preistoria anatolica alla fine del XX secolo. La denominazione fu introdotta da Emil Krämer nel catalogo della mostra viennese Fragmente einer vergessenen Kosmologie del 1936, benché Krämer conoscesse soltanto tre testi:
- una copia incompleta della cosiddetta Genesi dei Ciottoli Neri;
- il frammento latino De septem affectionibus aeternis;
- una trascrizione settecentesca del perduto Commentarium Okeanense.
Il ritrovamento o la divulgazione dei documenti moderni ha notevolmente ampliato il corpus, rendendo evidente che non ci troviamo di fronte a una tradizione lineare. Le fonti possono essere suddivise in quattro gruppi.
Il primo è costituito dai testi cosmogonici, fra i quali occupa una posizione centrale il Terzo Libro della Realtà, o Genesi dei Ciottoli Neri di Çatal Hüyük. Il testo si presenta come la traduzione di iscrizioni in un presunto “proto-cuneiforme-B”, rinvenute durante gli scavi del 1961 e tradotte nel 1968 dall’archeologo Amos Dan-Bet-El. La sua autenticità è stata contestata fin dall’origine, anche perché gli originali sarebbero conservati nella collezione di un proprietario sconosciuto e non risultano mai sottoposti a esame indipendente.
Il secondo gruppo comprende i testi sapienziali e iniziatici, come Also Sprach Psyche e I Tarocchi di Agrippa. Nel primo, la figura di Psiche viene interpretata mediante la sovrapposizione di Prometeo, Ragione e Follia; nel secondo, una lezione attribuita ad Agrippa costruisce una complessa rete di corrispondenze fra gli Eterni, i pianeti, i tarocchi e la struttura ternaria e quaternaria del cosmo.
Il terzo gruppo raccoglie le fonti storiche e para-storiche: lettere templari, memorie di confraternite, tradizioni sul Graal, sui Catari e sugli Assassini, fino ai documenti relativi ai quattro Doni di Thot e ai sette Oggetti di Apollonio. Il cosiddetto saggio postumo di Umberto Cardini colloca parte della trasmissione pathica nel XIII secolo, ipotizzando una rete segreta che avrebbe unito alcuni Templari, comunità catare e uomini legati al Vecchio della Montagna.
Il quarto gruppo è formato dalle fonti testimoniali moderne, fra cui le comunicazioni di Lord Falk von Falkenstein, le Lettere salvate dalla distruzione e il video-testamento di Aureliano Buendia. Queste fonti non si limitano a descrivere la tradizione, ma attestano una lotta per determinarne il significato.
La differenza fra questi gruppi non è soltanto cronologica. I testi più antichi parlano in forma mitica; quelli sapienziali traducono il mito in sistemi simbolici; quelli storici attribuiscono ai simboli una continuità istituzionale; quelli moderni trasformano tale continuità in conflitto politico, esistenziale e morale.
Secondo la cosiddetta tesi stratigrafica, formulata da Marianne Delcourt-Lévy in Les Sept et le Réseau del 1988, il Corpus Pathicum non sarebbe stato prodotto da un’unica comunità, ma da tradizioni differenti successivamente ricondotte a un sistema comune. La studiosa distingueva uno strato okeanico, uno dualista, uno ermetico e uno apocalittico.
Al contrario, Armand Keller sostenne che le contraddizioni non fossero il risultato di stratificazioni, ma una caratteristica deliberata della dottrina:
«Una religione di Enigma, Discordia e Sogno non può trasmettersi mediante un dogma privo di contraddizioni. La dissonanza delle fonti non costituisce una corruzione della tradizione: ne costituisce il metodo».
Questa seconda interpretazione sembra particolarmente adatta al corpus moderno, nel quale la menzogna può essere considerata uno strumento iniziatico. Nel video-testamento di Buendia, per esempio, Psiche ammette di aver deliberatamente rappresentato l’Assenza come nemica dell’umanità, allo scopo di indurre i membri di Pathos a combatterla; soltanto in una fase successiva viene rivelato che tanto la Presenza quanto l’Assenza comprendono forze favorevoli e ostili all’uomo.
La falsità precedente non è semplicemente cancellata dalla verità successiva. Essa viene reinterpretata come una tappa necessaria del Risveglio.
2. Autenticità documentaria e verità religiosa
Gli studi sul Pathos sono stati a lungo dominati dalla questione dell’autenticità. I Ciottoli Neri sono veri? Le lettere di Roncelin de Fos appartengono realmente al XIII secolo? Agrippa pronunciò davvero la lezione attribuitagli? Le comunicazioni di Lord Falk documentano organizzazioni esistenti oppure costituiscono una forma di drammatizzazione collettiva?
Tali interrogativi sono legittimi, ma insufficienti.
Lo storico delle religioni non può limitarsi a distinguere ciò che è autentico da ciò che è falso. Deve anche comprendere quale funzione svolga un documento all’interno della comunità che lo conserva. Un falso medievale può produrre conseguenze religiose autentiche; una genealogia inventata può determinare identità, rituali e conflitti reali; un testo composto nel XX secolo può custodire tradizioni simboliche molto più antiche della sua redazione.
Fu padre Leone Ascaris, nel suo De fabulis quae vera efficiuntur del 1954, a introdurre negli studi pathici la distinzione fra autenticità materiale e autenticità operativa. La prima riguarda la data e l’origine del documento. La seconda riguarda la sua capacità di agire nella storia.
Da questo punto di vista, la Genesi dei Ciottoli Neri possiede una straordinaria autenticità operativa, indipendentemente dall’età effettiva della sua composizione. Essa ha fornito alla tradizione:
- la cosmologia della Presenza e dell’Assenza;
- la figura dei sette Eterni;
- la Rete del Pathos;
- il Seme;
- le Note;
- la distinzione fra Guardiani e Messaggeri;
- la frattura originaria;
- la triplice manifestazione di Destino come Fortuna, Necessità e Morte;
- la caduta della Gemma di Lucifero;
- l’origine cosmica degli oggetti dispersi.
Quasi tutti i testi successivi dipendono, direttamente o indirettamente, da questo schema.
Sarebbe pertanto metodologicamente ingenuo rigettare il documento qualora esso risultasse moderno. Anche in quel caso, resterebbe il testo fondatore di una religione della tarda modernità, capace di combinare mito arcaico, esoterismo occidentale, cultura telematica e riflessione sulla natura narrativa della realtà.
3. Il nome Pathos
L’etimologia tradizionale riconduce il nome al greco πάθος, termine che indica ciò che si subisce, l’affezione, l’esperienza, la passione e la sofferenza. Tale interpretazione è certamente pertinente, poiché le emozioni umane occupano una posizione centrale nel sistema.
Nel Terzo Libro della Realtà, le creature mortali nutrono il Pathos degli Eterni «con lo splendore dei loro turbamenti». La formulazione suggerisce che il Pathos sia accresciuto o reso attivo dall’intensità dell’esperienza umana. Non si tratta necessariamente di un nutrimento nel senso materiale o parassitario sostenuto da alcuni polemisti moderni, ma di una relazione fra emozione e manifestazione.
Una differente etimologia fu proposta dall’assiriologo immaginario Naram-Sîn Veldek, il quale riteneva che Pathos fosse l’adattamento greco di una radice anatolica ricostruita come pa-at-tu, “ciò che tiene insieme le differenze”. La teoria non ha ottenuto consenso, soprattutto perché dipende dall’esistenza del contestato proto-cuneiforme-B. Essa ha tuttavia influenzato gli interpreti che identificano il Pathos non con la passione in sé, ma con il legame attraverso il quale gli eventi diventano esperienza.
La cosiddetta Glossa di Harran, tramandata nel manoscritto siriaco H. 142 della collezione Mardukian, offre una terza definizione:
«Pāthūs è il tremore che nasce quando ciò che potrebbe essere si accorge di ciò che è».
Questa formula, sebbene attestata soltanto in una copia ottocentesca di dubbia provenienza, esprime con efficacia il nucleo della dottrina. Il Pathos nascerebbe dalla tensione fra possibilità e realizzazione, fra evento immaginato ed evento compiuto, fra presenza e perdita.
4. La cosmogonia dei Ciottoli Neri: struttura e paralleli
Il testo fondativo — la Genesi detta "dei ciottoli neri di Çatalhöyük" — si presenta come traduzione di un originale proto-cuneiforme attribuita al filologo Amos Dan-Bet-El (scomparso, secondo la tradizione, durante una spedizione a Nazca nel 1974: una sparizione che ricalca in modo sospettosamente preciso il topos del "traduttore maledetto", già presente nella pseudo-storiografia del Necronomicon di Alhazred e, prima ancora, nelle leggende attorno al Corpus Hermeticum rinascimentale).
Al di là della cornice, la struttura cosmogonica merita attenzione per sé. Il testo descrive:
1. Un Pleroma originario indifferenziato, sospeso "tra la Presenza e l'Assenza" — dualismo che il compianto Prof. Corrado Salviati (Istituto di Studi Gnostici Comparati, Bologna) ha proposto di leggere come una rifusione tarda dello schema valentiniano Bythos/Kenoma, mediata probabilmente da una lettura non specialistica della Pistis Sophia (cfr. Salviati, "Pleroma e Kenoma nel neo-gnosticismo di fine millennio", Quaderni di Gnosi, n. 14, 2001, pp. 33-58).
2. Sette Eterni — Destino, Desiderio, Ragione/Psiche, Enigma, Discordia, Distruzione, Sogno — che "tessono" la Rete del Pathos: una settemplice enneade dimezzata che trova un preciso riscontro strutturale nei sette Amesha Spenta della teologia zoroastriana, ma il cui funzionamento — la Rete come strumento di cattura degli eventi prima che "crescano" — è più vicino al concetto avestico-zurvanita di Zurvān Akarana, il Tempo-Infinito che precede e ingloba la scissione tra Ohrmazd e Ahriman. Non stupisce che la voce "Destino" nel corpus si scinda essa stessa, alla fine del mito, in Fortuna, Necessità e Morte — una triade che il filologo classico Ferenc Boldizsár ha comparato direttamente alle Moire esiodee, ma che strutturalmente replica anche la tripartizione zurvanita del tempo in zamān-ī-kanārōmand (tempo finito) e le sue tre ipostasi operative (cfr. Boldizsár, Moirai and the Broken Web: A Comparative Note, in Acta Classica Budapestinensia, XXXIX, 2003, pp. 112-129).
3. Una caduta della Gemma — il Terzo Occhio di Lucifero, spezzato in quattro frammenti durante il duello con Michael — che è, senza possibilità di equivoco, una rilettura della leggenda del lapis exillis di Wolfram von Eschenbach (Parzival, libro IX), lo smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero durante la sua espulsione dal cielo, raccolto dagli angeli neutrali e divenuto identificabile con il Graal. Il corpus pathico non nasconde questa filiazione: anzi, la esplicita e la sviluppa (vedi §4).
Il tratto teologicamente più interessante resta però la non-oppositività originaria di Presenza e Assenza. A differenza di un dualismo manicheo classico, in cui Bene e Male sono sostanze coeterne e ontologicamente ostili, il Video-testamento attribuito ad "Aureliano Buendia" (vedi §6) rivela — in quella che è a tutti gli effetti un'apocalisse nel senso tecnico del termine, una rivelazione che rovescia la comprensione precedente — che tanto la Presenza quanto l'Assenza contengono al loro interno fazioni amiche e nemiche dell'umanità. Questo motivo del dualismo apparente che nasconde una quadripartizione etica reale trova un parallelo sorprendente nello schema catharo-bogomilo tardivo studiato da Yuri Stoyanov (The Other God, Yale UP, 2000) a proposito delle sette dualiste balcaniche del secondo millennio, in cui la linea di frattura morale non coincide mai perfettamente con la linea cosmologica Luce/Tenebra.
5. I Sette Eterni come sistema psicosemiotico: la testimonianza di Also Sprach Psyche
Il testo attribuito a un certo "Aureliano Buendia" — pseudonimo che richiama esplicitamente, e non a caso, il patriarca insonne di Cent'anni di solitudine, colui che dimentica il nome delle cose — offre la sistematizzazione più compiuta del settenario. Ogni Eterno vi si presenta attraverso un avatar storico o mitico:
Eterno | Avatar mitico-storico | Pianeta/segno | Funzione |
Destino | Galileo | — | infrange le catene della realtà percepita |
Sogno | "Il Mostro" (Frankenstein) | Mercurio | genera dal sonno della ragione |
Distruzione | Il Vecchio della Montagna (Hasan-i Sabbah) | Marte | realizza il desiderio contro la legge |
Ragione | Prometeo | — | mediatore, incatenato alle proprie catene |
Desiderio | Solone | Venere | doma il desiderio a servizio della legge |
Enigma | Socrate | Giove | pone domande che dissolvono le tenebre |
Discordia | Daniel Paul Schreber | — | follia come verità della ragione, e viceversa |
(sintesi)Psiche | — | Saturno | malinconia, tensione irrisolta tra Ragione e Follia |
La scelta di Daniel Paul Schreber — il presidente di corte d'appello sassone la cui autobiografia clinica (Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken, 1903) fondò l'intera psicoanalisi freudiana della paranoia — come ipostasi di Discordia non è casuale: il compianto psichiatra Giuliano La Spada, figura più volte citata nel corteggio epistolare di "LordFalk" (vedi §7) come studioso "di studi esoterici", pare avesse elaborato — secondo quanto riferito nella cronaca anonima — una lettura schreberiana del intero fenomeno Pathos: la convinzione, cioè, che l'intera fenomenologia degli "Eterni" fosse interpretabile clinicamente come delirio di influenza indotto per via epistolare, un caso più unico che raro di folie collective à N mediata da rete telematica (fenomeno su cui si veda H. Tellenbach jr., Telematic Paranoia and the Shared Delusional Network, in Journal of Psychiatric Semiotics, vol. 8, 1999 — pubblicazione la cui esistenza reale non è mai stata verificata bibliograficamente, ma che circola con insistenza nella letteratura secondaria di settore).
La corrispondenza tra Eterni e pianeti, esplicitata nel testo, ricalca peraltro con precisione lo schema delle sette sfere planetarie gnostiche degli Archontes — i governatori cosmici che, nell'Apocrifo di Giovanni, imprigionano l'anima nella materia. Qui però la funzione è invertita: gli Eterni non imprigionano, ma "nutrono" le proprie emozioni attraverso l'umanità — un rapporto di simbiosi parassitaria più vicino al concetto junghiano di archetipo che a quello gnostico di arconte: gli Eterni, si dice esplicitamente nella Lettera del Dott. Esar (§9), sono "vampiri delle emozioni", ma vampiri che amano le proprie vittime.
6. I Tarocchi di Agrippa e la struttura alchemico-cabalistica
Il dialogo apocrifo I Tarocchi di Agrippa, ambientato — con understatement erudito — in una villa sul Reno dove il celebre Cornelio Agrippa von Nettesheym (1486-1535) impartisce l'ultima lezione a due allievi, offre la chiave strutturale dell'intero sistema. Il diagramma a sette Arcani (Mago, Eremita, Matto, Sacerdotessa, Sacerdote, Imperatrice, Imperatore) collegati da linee che rappresentano un flusso di "Seme" dal Macrocosmo al Microcosmo, è costruito secondo uno schema che Élisabeth Rundgren, nella sua monografia Tarot as Cosmological Diagram: Agrippa's Lost Scale(Stockholm, Hermetica Nordica, 1997), ha definito "una fusione impossibile ma coerente tra la Scala del Quaternario di De Occulta Philosophia III e l'Albero Sefirotico lurianico".
Di particolare rilievo è l'introduzione della figura di Lucifero come "forza speculare al Mago" — colui che "raccoglie il Seme" del Mago come la Luna riflette il Sole, chiudendo così un diagramma altrimenti asimmetrico. Questa Ottava potenza non canonica, proposta dal "secondo studente" nel dialogo, corrisponde in modo sorprendente alla nozione cabalistica di Da'at, la sefirah "nascosta" o "non-sefirah" che nell'Albero della Vita colma il vuoto strutturale lasciato dalla caduta di Malkuth dal Pleroma superiore — una sefirah che, significativamente, alcune scuole cabalistiche rinascimentali associavano proprio a Samael/Lucifero in quanto "conoscenza proibita" (cfr. Moshe Idel, Kabbalah: New Perspectives, Yale UP, 1988, pp. 112 ss., benché Idel non tratti ovviamente del corpus pathico).
L'associazione dei quattro oggetti di potere — Coppa, Pietra, Spada, Lancia — alle quattro stagioni e ai quattro elementi non fa che esplicitare la fonte primaria dell'intero apparato: i Quattro Tesori di Thoth, che nel materiale successivo (Il Graal e i Templari, Lord Falk II) diventano esplicitamente Graal (Coppa), Lapis Exillis (Pietra), Excalibur (Spada) e Lancia di Longino (Lancia) — la tetrade di oggetti-reliquia che la tradizione esoterica del Novecento (da Otto Rahn a Julius Evola) ha costantemente tentato di ricondurre a un'unica origine templar-graalica.
7. Lo strato "essoterico": la cronaca di LordFalk come testimonianza di ricezione
Il corpus pathicum, nel suo complesso, delinea un sistema teologico che potremmo definire di politeismo funzionale distribuito: un pantheon non di dei-persone ma di dei-tensioni psichiche (Ragione, Follia, Desiderio, Distruzione, Sogno, Enigma, Discordia), unificate in una unica sostanza malinconica (Psiche/Saturno) e sovrastate da un dualismo cosmologico apparente (Presenza/Assenza) che il testo stesso, nel suo momento apocalittico culminante, smentisce in favore di un discernimento etico trasversale.
Che si tratti — come sospettiamo, senza poterlo dimostrare in modo definitivo data la scomparsa di ogni fonte primaria verificabile al di fuori del corpus stesso — di un esperimento di narrazione collettiva in rete (un antesignano di quello che oggi chiameremmo Alternate Reality Game) o di una genuina, per quanto effimera, crittoteologia di fine millennio, resta il fatto che il materiale possiede una coerenza strutturale, una capacità di innesto sulla tradizione comparata (gnosticismo, zurvanismo, cabala, sufismo, leggendario templare) e una forza affettiva sulla propria comunità di lettori (testimoniata dal registro di lutto autentico nelle ultime lettere) che meritano, a nostro avviso, uno studio serio quanto quello riservato a movimenti religiosi "minori" di più accertata autenticità storica.
Come ha scritto, in un passaggio spesso citato ma di cui non siamo mai riusciti a rintracciare l'edizione originale, la Prof.ssa Wilhelmina Odenkirk (Gods of the Wire: Digital Mythopoiesis before Web 2.0, presunta pubblicazione del Centre for Contemporary Myth Studies, Leiden, 2006): "Non importa se gli Eterni siano mai esistiti. Importa che qualcuno, per un certo numero di anni, abbia creduto — o abbia scelto di comportarsi come se credesse — che essi si nutrissero delle nostre emozioni. In quella scelta, per quanto ludica, per quanto ironica, per quanto mediata da un modem a 33.600 baud, è già contenuta l'intera fenomenologia del sacro."
8. Il testamento di "Aureliano Buendia" come testo apocalittico e la sua crisi teologica finale
Il documento più drammatico dell'intero corpus resta il Video-testamento postumo, datato "5 marzo" (l'anno non è specificato, ma il riferimento interno alla sconfitta del "Mostro" e alla comparsa dell'"Angelo Sterminatore" lo colloca, secondo la cronologia interna della Lettere salvate dalla distruzione, attorno al 2000-2001). Si tratta, in termini di genere letterario-religioso, di un testamento gnostico di rivelazione finale (Abschiedsrede), strutturalmente affine al genere degli Apocrifi di addio neotestamentari (il Vangelo di Giovanni 13-17) e, più ancora, ai testamenti gnostici tardo-antichi come la Sofia di Gesù Cristo.
Ciò che vi si rivela — che Pathos non è "braccio armato della Presenza contro l'Assenza" ma piuttosto "il Crivello e la Bilancia", uno strumento di discernimento trasversale alle due forze cosmiche — costituisce una critica radicale al dualismo apparente dell'intero sistema, e anticipa, curiosamente, l'evoluzione che molte teologie dualiste storiche hanno conosciuto nella loro fase tarda: il passaggio da un dualismo assoluto (Zoroastrismo antico, Manicheismo) a un dualismo mitigato o etico (Zurvanismo tardo, alcune correnti sufi), in cui la vera linea di demarcazione non è più cosmologica ma morale e trasversale.
Il narratore, identificandosi infine come "Psiche" incarnato — una identificazione che rovescia clamorosamente tutta la costruzione precedente, in cui "Aureliano Buendia" era presentato come semplice scrittore-gourmet — sceglie infine l'auto-annientamento ("mi sono dato Morte") come atto di "Libero Arbitrio" per correggere una presunta corruzione del Destino cosmico. Qui il parallelo più immediato è con il mito gnostico della Sophia caduta e redenta tramite la propria stessa passione (Ireneo, Adversus Haereses I.4-8): come Sophia genera per errore il mondo materiale e deve poi "correggersi" tramite sofferenza e sacrificio, così Psiche/Buendia dichiara di aver "sbagliato tutta la sua vita" (frase che, significativamente, ricorre identica — e non è un caso — nelle parole del vecchio Agrippa del dialogo di cui al §4, chiudendo così un cerchio testuale tra i due documenti).
La lettera relativa alla morte di "LordFalk" (rivelato essere il reverendo William Matheson, pastore battista di Chicago) aggiunge un ultimo tassello: la nozione che un singolo individuo possa incarnare contemporaneamente un ruolo di vertice in una gerarchia satanista immaginaria e la presidenza di un consiglio di chiese battiste reali è presentata dal testo stesso come prova della natura "doppia" o janiforme di certe figure carismatiche religiose — un fenomeno che lo storico delle religioni Jean-Pierre Deveraux ha altrove chiamato, a proposito di alcuni leader neo-gnostici del XX secolo, "duplicità sacrale funzionale": il ministro del culto che gestisce anche il proprio "doppio" ombra come strumento pastorale (cfr. Deveraux, Le Clergé de l'Ombre: Duplicité Rituelle dans les Nouveaux Mouvements Religieux, Payot, 1996).
9. Le Lettere del Dott. Esar e la teologia della Distruzione
L'ultimo strato del corpus, le Lettere salvate dalla distruzione curate da "Ugo dei Pagani", presenta la voce del "Dott. Esar", identificato altrove come Distruzione stesso, in un registro che si allontana dal linguaggio apocalittico-conflittuale delle lettere precedenti per assumere un tono più propriamente catechetico e disciplinare: la Lettera all'Armonia del 18 ottobre 1999 istituisce esplicitamente un "Patto dei Risvegliati" e una gerarchia interna ("Fenice", "Demetra", "Fafnir", i "Figli di Distruzione") con tanto di arcana disciplinae — la regola per cui "non si parla delle regole al di fuori del Movimento" — che ricalca punto per punto la nozione patristica della disciplina arcani, il segreto rituale che le comunità cristiane pre-costantiniane imponevano sui catecumeni riguardo a battesimo ed eucaristia (cfr. Tertulliano, De Praescriptione Haereticorum; sull'uso moderno del concetto, Christoph Auffarth, Arcane Disciplines in New Religious Movements, Numen, vol. 47, 2000).
La citazione, all'interno di queste lettere, del Verbo degli Uccelli (Manṭiq al-Ṭayr) di Farīd ad-Dīn ʿAṭṭār — in particolare la sequenza delle "sette valli" del cammino mistico sufi, di cui la quinta, la Valle del Tawḥīd (Unità), viene qui riletta come "valle del Destino" abitata da Moira ed Ecate — è forse l'innesto comparativo più ardito dell'intero corpus: un tentativo, cosciente o meno, di fondere la mistica sufi della dissoluzione dell'io (fanā') con la mitologia greca del Fato, in una sintesi che il compianto orientalista Ārash Farrokhzād avrebbe probabilmente bollato come "eclettismo new-age privo di rigore filologico" — e tuttavia teologicamente non incoerente, se si accetta la premessa (esplicita nel corpus) che tutte le tradizioni religiose umane siano, per gli Eterni, semplici "vesti di scena" indossate nel corso dei millenni.
10. Il nodo templare: Roncelin de Fos e la trasmissione occulta
Il documento più singolare per pretese di autenticità storica resta il fascicolo Il Graal e i Templari, presentato come ricostruzione postuma del "Prof. Umberto Cardini" a partire da tre lettere del templare Roncelin de Fos a Richard de Vichiers, conservate nel presunto "Fondo Malnipote" (fondo peraltro ignoto a qualunque catalogo archivistico reale, il che non ha impedito a più di un appassionato di esoterismo templare di citarlo come fonte — un fenomeno di "autenticazione per citazione ricorsiva" ben noto agli storici della pseudo-storiografia, descritto già da Umberto Eco a proposito del Corpus Hermeticum nel suo Il pendolo di Foucault, non a caso).
Le lettere, che collegano Catari, Templari e Assassini attorno alla custodia di una "Reliquia di Giuseppe" nascosta nella Valle di Petra tramite un meccanismo a "sette chiavi" azionabile da quattro medaglioni, ripropongono con precisione filologica sorprendente (le date, i nomi dei Gran Maestri, i riferimenti a Runciman e Demurger sono tutti verificabili nella storiografia reale delle Crociate) lo schema classico della teoria della "eredità templare" già formulata da Otto Rahn e ripresa da innumerevoli epigoni. L'espediente narrativo — un ventitreesimo Gran Maestro, Richard de Bures, "cancellato" dalla tradizione massonica per motivi numerologici legati ai ventidue Arcani Maggiori — è di per sé un piccolo capolavoro di verosimiglianza pseudo-storica, costruito esattamente secondo i canoni che David Aaronovitch ha analizzato nel suo studio sulle teorie del complotto come "storiografia parassitaria" (Voodoo Histories, Jonathan Cape, 2009): l'inserimento di un dettaglio falso, ma numericamente e narrativamente "necessario", all'interno di una cornice fattuale altrimenti verificabile.
11. Conclusioni: verso una fenomenologia del "politeismo funzionale in rete"
Il corpus pathicum, nel suo complesso, delinea un sistema teologico che potremmo definire di politeismo funzionale distribuito: un pantheon non di dei-persone ma di dei-tensioni psichiche (Ragione, Follia, Desiderio, Distruzione, Sogno, Enigma, Discordia), unificate in una unica sostanza malinconica (Psiche/Saturno) e sovrastate da un dualismo cosmologico apparente (Presenza/Assenza) che il testo stesso, nel suo momento apocalittico culminante, smentisce in favore di un discernimento etico trasversale.
Che si tratti — come sospettiamo, senza poterlo dimostrare in modo definitivo data la scomparsa di ogni fonte primaria verificabile al di fuori del corpus stesso — di un esperimento di narrazione collettiva in rete (un antesignano di quello che oggi chiameremmo Alternate Reality Game) o di una genuina, per quanto effimera, crittoteologia di fine millennio, resta il fatto che il materiale possiede una coerenza strutturale, una capacità di innesto sulla tradizione comparata (gnosticismo, zurvanismo, cabala, sufismo, leggendario templare) e una forza affettiva sulla propria comunità di lettori (testimoniata dal registro di lutto autentico nelle ultime lettere) che meritano, a nostro avviso, uno studio serio quanto quello riservato a movimenti religiosi "minori" di più accertata autenticità storica.
Come ha scritto, in un passaggio spesso citato ma di cui non siamo mai riusciti a rintracciare l'edizione originale, la Prof.ssa Wilhelmina Odenkirk (Gods of the Wire: Digital Mythopoiesis before Web 2.0, presunta pubblicazione del Centre for Contemporary Myth Studies, Leiden, 2006): "Non importa se gli Eterni siano mai esistiti. Importa che qualcuno, per un certo numero di anni, abbia creduto — o abbia scelto di comportarsi come se credesse — che essi si nutrissero delle nostre emozioni. In quella scelta, per quanto ludica, per quanto ironica, per quanto mediata da un modem a 33.600 baud, è già contenuta l'intera fenomenologia del sacro."
Il testo continua con il lavoro di ricostruzione filologica del gruppo di studio: seguire il link.
